Lope de Vega


RIME UMANE

Era la vigilia allegra del giorno in cui colei che senza pari nacque sulla terra, dalla prigione mortale e dalla guerra umana alla patria celeste usciva;

e era l'età in cui più viva ardeva il nuovo sangue che il mio petto racchiude, quando il consiglio e la ragione scaccia la vanità che l'appetito guida,

quando Amore mi insegnò la prima volta di Lucinda nel suo sole gli occhi belli, e mi bruciò come se fosse un fulmine.

Dolce prigione e dolce ardere per loro; senza dubbio che il suo fuoco fu la mia sfera, che vedendomi morire mi riposo in loro.

D'ora in poi le tempie crespe di odorosa verbena e mirto coronarti puoi, giunco Manzanares, poiché superi del Tago la corrente copiosa.

Lucinda in te bagnò il suo piede bello; bene è che il suo dorato nome erediti, e che con perle per sabbie resti, meritando baciare la sua neve e rosa.

E io potrei invidiare la tua fortuna, ma ho pianto in te lacrime tante, (tu, buon testimone del mio amaro pianto),

che mescolata nelle tue acque poté qualcuna di Lucinda toccare le tenere piante, e convertirsi nelle tue sabbie d'oro.

Versa grappoli la gloriosa palma, e senza amore si mette in sterile lutto; Dafne si lamenta nel suo alloro senza frutto, Narciso in foglie bianche si disanima.

È la terra senza la pioggia in calma, vili erbe produce il campo arido, perché mai l'Amore pagò tributo, geme nella sua pietra di Anassarte l'anima.

Oro genera all'amore di acqua e di sabbie, perché le conchiglie amano la rugiada, restano di perle orientali piene.

Non disprezzare, Lucinda bella, il mio, che al tramontare del sole, i gigli perdono il lustro, e la nostra età il vigore.

Se colpa il concepire, nascere tormento, guerra vivere, la morte fine umano; se dopo uomo, terra e vile verme, e dopo verme, polvere e vento;

se vento nulla, e nulla il fondamento, fiore la bellezza, l'ambizione tiranno, la fama e gloria, pensiero vano, e vano in quanto pensa il pensiero,

chi va in questo mare per annegarsi? A che serve consumarsi in chimere, né pensare altra cosa che salvarsi?

A che serve stimarsi e preferirsi, cercare memoria dovendo dimenticarsi, e edificare dovendo partire?

Zefiro dolce che le mie lamentele tristi tante volte portasti, chiare fonti che con le mie tenere lacrime ardenti il vostro dolce liquore veleno faceste;

selve che le mie lamentele spargeste, aspri monti al mio male presenti, fiumi che dai miei occhi sempre assenti, veleno al mare, come a tiranno deste;

poiché l'asperità di rigore così feroce non mi permette voce articolata, dite al mio disdegno che per lui muoio.

Che se la vedrà il mondo trasformata nell'alloro che per durezza spero, di lei vedrete la mia fronte coronata.

Che altre volte amai negare non posso, ma allora amore prese con me la spada nera, come abile amico, segnando i colpi nella paura.

Ma questa volta che combattendo resto, bianca la spada e certo il nemico, non vi spaventate che pianga il suo castigo, poiché al passato amore amando eccedo.

Quando con armi false schermiva, delle ferite portai nel vestito (senza toccarmi nel petto) le tracce;

ma nell'anima ormai, Lucinda mia, dove mortali in dolore sono stati, e nel rimedio ferite immortali.

Il pastore che sul monte andava al gelo, ai piedi dello stesso, abbattendo un pino, al sorgere della stella vespertina accende fuoco e dorme senza timore.

Lasciano gli uccelli con la notte il volo, il campo il bue, il sentiero il pellegrino, la falce il grano, la falce il lino, che alla fine riposa quando copre il cielo.

Io solo, anche se la notte con il suo manto sparge sonno e quanto vive addormenta, ho i miei occhi di riposo mancanti.

Argo li volge l'occasione e il pianto, senza verga di Mercurio che li addormenti, che gli occhi dell'anima sono molto alti.

Andare e restare, e con restare partire, partire senza anima, e andare con anima altrui, ascoltare la dolce voce di una sirena e non poter dall'albero staccarsi;

ardere come la candela e consumarsi, facendo torri su tenera sabbia; cadere da un cielo, e essere demone in pena, e di esserlo mai pentirsi;

parlare tra le mute solitudini, chiedere in prestito su fede pazienza, e ciò che è temporale chiamare eterno;

credere sospetti e negare verità, è ciò che chiamano nel mondo assenza, fuoco nell'anima, e nella vita inferno.

Con nuovi lacci, come lo stesso Apollo, trovai in capelli a mia Lucinda un giorno, così bella, che al cielo sembrava nel sorriso dell'alba, aprendo il polo.

Venne un'aria sottile, e lo sciolse con lieve colpo sulla mia fronte, e dissi a amore che perché tesseva mille corde insieme per un arco solo.

Ma lui risponde: «Fuggitivo mio, che burlasti le mie braccia, oggi attendo di nuovo gettare prigione al tuo arbitrio».

Io triste, che per lei muoio e ardo, la rete volli rompere, che delirio!, poiché più mi intrico quanto più mi guardo.

10

Voglio scrivere, e il pianto non mi lascia, provo a piangere, e non mi riposo tanto, torno a prendere la penna, e torna il pianto, tutto mi impedisce il bene, tutto mi affligge.

Se il pianto dura, l'anima si lamenta, se lo scrivere, i miei occhi, e se intanto per morte o per conforto mi alzo, da entrambi la speranza si allontana.

Vai bianco alla fine, carta, e a chi penetra il centro di questo petto che accende le diedi (se in tanto bene potrai vederti),

che faccia delle mie lacrime la lettera, poiché già che non lo sente, bene intende, che quanto scrivo e piango, tutto è morte.

11

Lucinda, io mi sento ardere, e seguo il sole che di questo incendio causa il danno, che perché non mi trovi il disinganno ho l'inganno per eterno amico.

Sento l'errore, non sento ciò che dico, a me io stesso mi sembro strano; passano i miei anni, senza che arrivi un anno che sia sicuro io di me con me.

Oh dura legge d'amore, che tutti fuggono la causa del loro male, e io la attendo sempre sulla mia riva, come umile fiume!

Ma se le stelle danno danno, e con quelle dei tuoi occhi nacqui e muoio, come le vincerò senza arbitrio?

12

Cadde la torre che nel vento facevano i miei alti pensieri castigati, che giacciono per terra abbattuti quando con i loro estremi competevano.

Arditi al sole arrivare volevano, e morire nei suoi raggi bruciati, della cui luce contenti e ingannati, come la cieca farfalla ardevano.

Oh, sempre odiato disinganno, amato al procurarti, odioso al vederti, che in luogo di guarire apri la ferita!

Piacesse a Dio durassi, dolce inganno, che se deve dare un disinganno morte, meglio è un inganno che dà vita!

13

Da quando viene la rosata Aurora fino a quando il vecchio Atlante nasconde il giorno, piangono i miei occhi con uguale ostinazione il suo chiaro sole che altre montagne dorano;

e da quando dal caos dove dimora esce la notte pigra e fredda, fino a quando a Venere di nuovo invia, torno a piangere il vostro rigore, signora.

Così che né la notte mi soccorre, né il giorno mi calma e intrattiene, né trovo mezzo in estremi così strani.

La mia vita va volando, il tempo corre, e mentre la mia speranza con voi viene, tacendo passano gli anni leggeri.

14

Barchetta rotta mia, che gettata di tanta invidia e amicizia finta, della mia pazienza per il mare guidata con remi della mia penna e della mia spada,

una senza taglio e l'altra mal tagliata, conservasti le forze della vita, tra i porti del favore rotta, e tra le speranze spezzata;

segui la tua stella in tanti disinganni, che chi non li credette senza dubbio è pazzo, né c'è nemico vile né amico certo.

Poiché hai passato i migliori anni, già per ciò che resta, poiché è poco, né temere il mare, né sperare porto.

15

Questo di immaginare se sta a casa sua, se è uscita, se l'hanno parlata, se è stata vista; temere che si componga, adorne e vesta, andare sempre guardando ciò che accade;

tremare dell'altro che d'amore si brucia, e con patrimonio e anima la conquista; volere che all'oro e all'amore resista, morire se si assenta o se si sposa;

celare ogni galante ricco e giovane, pensare che pensa in un altro se in me pensa girare la notte e contemplare il giorno,

obbliga, Marcio, a innamorarsi di nuovo; ma sapere come è passata l'offesa, non solo disobbliga, ma raffredda.

16

Dava sostentamento a un uccellino un giorno Lucinda, e per i ferri del cancello le andò via dalla gabbia l'uccellino al libero vento in cui vivere soleva.

Con un sospiro all'occasione tardiva tese la mano, e non potendo afferrarlo, disse (e dalle guance giallo tornò il garofano che tra la sua neve ardeva):

Dove vai per disprezzare il nido, al pericolo di lacci e di pallottole, e il padrone fuggi che il tuo becco adora?».

La sentì l'uccellino intenerito, e alla vecchia prigione tornò le ali, che tanto può una donna che piange.

17

È la donna dell'uomo la cosa più buona, e follia dire che la cosa più cattiva, la sua vita suole essere e il suo regalo, la sua morte suole essere e il suo veleno.

Cielo agli occhi, candido e sereno, che molte volte all'inferno uguaglio, per raro al mondo il suo valore segno, per falso all'uomo il suo rigore condanno.

Lei ci dà il suo sangue, lei ci alleva, non ha fatto il cielo cosa più ingrata: è un angelo, e a volte un'arpia.

Vuole, odia, tratta bene, maltratta, e la donna alla fine è come un salasso, che a volte dà salute, e a volte uccide.

18

Sparso il capello sulla schiena che fu del sole disprezzo e meraviglia, Silvia raccoglieva sulla verde riva del mare di Cadice conchiglie nel suo grembo.

L'acqua tra il finocchio di smeraldo, per far entrare di più, il suo corso umilia; intrecciò di vimini un alto cestino, e lo mise sulla sua fronte per ghirlanda.

Ma quando già abbandonò la spiaggia, «Malvagia, disse, l'acqua, che così poca con il suo sale mi bruciò piedi e vestiti».

Io ero vicino e risposi: «Malvagia il sale che ha la tua graziosa bocca, che così ha bruciato i miei sensi».

19

Montanara celestiale di questa montagna, per cui il sole, che le sue rocce dorano, esce più presto a vedere l'alba bianca che alla notte vinse, che il mondo inganna,

a cui quel Pastore santo accompagna, che nel bastone della sua croce adora quanto gregge in queste montagne dimora e con il suo marchio del suo sangue bagna.

Come avete, se vi chiama elettro e rosa lo Specchio, a cui date teneri abbracci, colore moro, sebbene di grazia piena?

Ma anche se siete mora, siete bella, e che tanto se a Dio avete in braccio, che dandovi tanto sole, siate mora?

20

Svenire, osare, essere furioso, aspro, tenero, liberale, schivo, incoraggiato, mortale, defunto, vivo, leale, traditore, codardo e coraggioso;

non trovare fuori del bene centro e riposo, mostrarsi allegro, triste, umile, altezzoso, arrabbiato, valoroso, fuggitivo, soddisfatto, offeso, sospettoso;

fuggire il volto al chiaro disinganno, bere veleno per liquore dolce, dimenticare il vantaggio, amare il danno;

credere che un cielo in un inferno ci stia, dare la vita e l'anima a un disinganno; questo è amore, chi l'ha provato lo sa.

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